Quando la memoria preoccupa ma non è demenza

Capire il disturbo cognitivo funzionale

Ti è mai capitato di dimenticare un nome di un collega, una parola o perché sei entrato in una stanza e subito pensare: “E se fosse Alzheimer?”
Molte persone, spesso sotto i 65 anni, sperimentano difficoltà di memoria che possono preoccupare, ma che molte volte non hanno nulla a che vedere con una malattia neurodegenerativa. Esiste infatti una condizione, il disturbo cognitivo funzionale, che può sembrare l’inizio di una demenza, ma non lo è.

Circa il 20% dei pazienti che si rivolgono a centri specialistici hanno questa forma di disturbo (McWhirter et al. 2020). La prognosi è benigna anche se una piccola porzione di pazienti potrebbe avere una sottostante comorbidità con una malattia neurodegenerativa che causa demenza e quindi è opportuno monitorare l’andamento nel tempo (Cabreira et al., 2023).

I sintomi (McWhirter et al. 2020) cognitivi dei pazienti con disturbo cognitivo funzionale sono reali, fonte di preoccupazione e spesso invalidanti, ma si manifestano in modo incoerente nel tempo e rispetto al funzionamento del paziente (es. il paziente mantiene un’efficienza adeguata sul posto di lavoro, cosa che non sarebbe possibile con una demenza). Questi sintomi, inoltre, non sono meglio spiegati da malattie sistemiche (es., ipotiroidismo), da disturbi psichiatrici (es., disturbo depressivo maggiore), o da un danno strutturale al cervello (es., malattie neurodegenerative, ictus, tumori). La sintomatologia riferita riguarda difficoltà di attenzione e concentrazione, blocchi mnesici per informazioni ben consolidate (es., non ricordarsi un PIN) che poi tendono a venire alla mente in un secondo momento, difficoltà a trovare le parole pur sapendo cosa si vuole dire, perdere il filo del discorso o non ricordare il perchè si stava svolgendo una certa attività. Tuttavia, l’aspetto fondamentale evidenziato dalla valutazione neuropsicologica è che, sebbene i sintomi riferiti siano reali e fonte di preoccupazione, i test cognitivi somministrati sono ampiamente nella norma ed eventuali alterazioni osservate non risultano compatibili con una fase iniziale di demenza.

La metafora più calzante è quella del computer: il problema non riguarda l’hardware (il cervello) ma il software. Le strutture cerebrali sono integre; a causare questi sintomi è il modo in cui il nostro cervello funziona. Ma quindi qual è la causa?

Spesso è legato a fattori psicologici (Cabreira et al., 2023): preoccuparsi troppo delle proprie capacità, rimuginare su errori cognitivi passati, evitare situazioni per paura di sbagliare e avere ansia per la propria memoria (es., sviluppare la malattia di Alzheimer). Altri fattori importanti sono il perfezionismo mnemonico (intolleranza ai normali vuoti di memoria) ed errori metacognitivi, cioè valutazioni errate di quanto effettivamente ricordiamo. Ad esempio, dimenticare dove si è messo il telefono può sembrare un “disastro mentale”, anche se in realtà capita a tutti. Il punto chiave è che la memoria “fa errori” soprattutto quando ci concentriamo troppo su di essa o ci giudichiamo duramente.

Spesso il disturbo cognitivo funzionale si associa ad ansia e depressione e può comparire insieme ad altre condizioni come fibromialgia, stanchezza cronica, o long-COVID, suggerendo meccanismi condivisi.

La diagnosi neuropsicologica, insieme ad altri accertamenti prescritti dal medico specialista, contribuisce a identificare profili cognitivi compatibili con il disturbo cognitivo funzionale o con altre forme di compromissione cognitiva, come il disturbo cognitivo lieve o le fasi iniziali di una demenza.

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Cabreira, V., McWhirter, L., & Carson, A. (2023). Functional Cognitive Disorder: Diagnosis, Treatment, and Differentiation from Secondary Causes of Cognitive Difficulties. Neurologic clinics41(4), 619–633; McWhirter, L., Ritchie, C., Stone, J., & Carson, A. (2020). Functional cognitive disorders: a systematic review. The lancet. Psychiatry7(2), 191–207. https://doi.org/10.1016/S2215-0366(19)30405-5

Il Disturbo Cognitivo Lieve: Quando la Memoria Comincia a Cambiare

Tra Invecchiamento normale e demenza

Nel corso della vita, molte funzioni cognitive tendono a declinare: è un cambiamento che può preoccupare, ma che nella maggior parte dei casi rappresenta un processo di invecchiamento normale e condiviso da tutti.
Tuttavia, in alcune persone questo declino assume le caratteristiche di un vero e proprio disturbo cognitivo di grado lieve, che si discosta in modo significativo da ciò che ci si aspetterebbe in base all’età, al livello di istruzione e al genere del paziente. Questa condizione interessa più frequentemente le persone oltre i 65 anni, ma è possibile riscontrarla anche in soggetti più giovani.

Il Mild Cognitive Impairment (MCI), o Disturbo Cognitivo Lieve (talvolta definito anche lieve compromissione cognitiva; Vallar & Papagno, 2011), rappresenta una possibile fase di transizione tra il normale invecchiamento cognitivo e la demenza.
La valutazione neuropsicologica riveste un ruolo fondamentale nel determinare quali funzioni cognitive risultino effettivamente compromesse e presentino un livello di prestazione inferiore rispetto alle attese.
Attraverso l’impiego di test neuropsicologici è possibile stabilire se il disturbo cognitivo lieve coinvolga prevalentemente la memoria oppure altre funzioni cognitive — come il linguaggio, il ragionamento o le capacità visuospaziali — risparmiando dunque la memoria. Non solo: una valutazione neuropsicologica approfondita consente anche di verificare se siano presenti deficit focali (es. limitati alla memoria o limitati al linguaggio) oppure deficit combinati che coinvolgono più funzioni cognitive (es. memoria e attenzione).

Questo significa che le persone con una diagnosi di Disturbo Cognitivo Lieve svilupperanno inevitabilmente una forma di demenza? Assolutamente no.
Tuttavia, la diagnosi di MCI rappresenta un campanello d’allarme: indica la necessità di un monitoraggio nel tempo e di interventi di prevenzione mirati a preservare il più possibile le funzioni cognitive e la qualità della vita.

La ricerca (Petersen et al. 2009) ci dice che gli studi condotti su campioni clinici (cioè persone che si rivolgono a centri specializzati per una valutazione cognitiva) mostrano che circa il 15% dei pazienti con MCI sviluppa una demenza entro un anno. Limongi e colleghi (2017) hanno valutato la prevalenza e progressione di pazienti con MCI in Italia. Lo studio ha mostrato che il 21% del campione preso in esame soddisfava i criteri di Disturbo Cognitivo Lieve. Tra i diversi tipi di MCI, la forma più frequente è risultata quella amnestica a domini multipli (63,2%), cioè quella in cui i problemi di memoria si associano a difficoltà in altre funzioni cognitive (come linguaggio, attenzione o ragionamento). La diagnosi di demenza a 1 anno dall’inizio dello studio è del 4% per i soggetti con MCI, specialmente per quelli in cui il deficit mnestico si associava a un’altra compromissione cognitiva o con un deficit cognitivo non classificabile con MCI o una diagnosi di demenza.

Tuttavia, la letteratura mostra che molti pazienti con MCI rimangono stabili nel tempo o addirittura tornano a livelli di funzionamento cognitivo normale. Un’ampia revisione della letteratura mostra che a due anni il 19% circa dei pazienti classificati con MCI torna a un livello di funzionamento normale (Yu et al. 2024).

Ma quindi che cosa causa il Disturbo Cognitivo Lieve nell’anziano? È una condizione eterogenea dovuta a molte cause che possono essere di nautra:

  • neurologica: forme iniziali di una demenza (es. Alzheimer, vascolare) con profili cognitivi più o meno rapidi di declino. In questo caso si parla di MCI prodromico, ovvero la fase iniziale lieve di una forma neurodegenerativa di deterioramento cognitivo;
  • psichiatrica: condizioni psichiatriche (es. disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, abuso di sostanze) possono causare stati non progressivi o transitori di MCI;
  • condizioni mediche generali: malattie endocrino-metaboliche e cardiovascolari, inefficienze d’organo o effetti iatrogeni di terapie se opportunamente trattate risolvono la compromissione cognitiva.

La valutazione neuropsicologica diventa essenziale per:

  • distinguere tra MCI, demenza o declino normale legato all’invecchiamento;
  • valutare la tipologia di MCI e la sua compatibilità o meno con possibili forme di demenza;
  • indirizzare il paziente con MCI a training cognitivi di prevenzione, o interventi a carattere sperimentale.

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Petersen RC, Roberts RO, Knopman DS et al (2009) Mild cognitive impairment: ten years later. Arch Neurol 66:1447–1455; Yu, H. H., Tan, C. C., Huang, S. J., Zhang, X. H., Tan, L., Xu, W., & Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (2024). Predicting the reversion from mild cognitive impairment to normal cognition based on magnetic resonance imaging, clinical, and neuropsychological examinations. Journal of affective disorders353, 90–98. https://doi.org/10.1016/j.jad.2024.03.009; Limongi, F., Siviero, P., Noale, M., Gesmundo, A., Crepaldi, G., Maggi, S., & Dementia Registry Study Group (2017). Prevalence and conversion to dementia of Mild Cognitive Impairment in an elderly Italian population. Aging clinical and experimental research29(3), 361–370. https://doi.org/10.1007/s40520-017-0748-1; Vallar, G., Papagno, C. (a cura di). (2011). Manuale di neuropsicologia. Bologna : Il Mulino.

Quali sono le Demenze e i loro Sintomi Iniziali?

Una breve mappa per orientarsi

Come abbiamo visto in questo articolo, il deterioramento cognitivo o demenza non reversibile è causato da malattie neurodegenerative, cerebrovascolari o una combinazione di queste. A seconda della patologia cerebrale sottostante, si possono avere delle manifestazioni cognitive e comportamentali specifiche. Vediamo insieme quali sono i sintomi iniziali delle principali forme di demenza.

Malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer può portare a quattro diverse manifestazioni cliniche di demenza (McKhann et al. 2011). La demenza di Alzheimer amnestica è la più frequente e si presenta con difficoltà nella memoria recente (ricordare informazioni nuove), insieme a lievi problemi di ragionamento e linguaggio. L’afasia primaria progressiva variante logopenica è tipicamente caratterizzata da frequenti pause durante il discorso per trovare parole di uso comune. L’atrofia corticale posteriore comporta una compromissione della percezione visiva e spaziale, con difficoltà nel riconoscere oggetti o orientarsi nello spazio. I primi sintomi della variante disesecutiva-comportamentale riguardano il ragionamento, le capacità di giudizio e il comportamento.

Malattia cerebrovascolare

La demenza vascolare è una forma molto eterogenea e complessa (Jellinger, 2007). È causata da malattie dei vasi sanguigni cerebrali, problemi cardiaci o altre condizioni sistemiche che determinano infarti o emorragie cerebrali. I sintomi variano in base alla localizzazione e alla gravità del danno, ma in generale includono problematiche comportamentali (es. irritabilità, apatia, cambiamenti nell’umore), cognitive (es. rallentamento psicomotorio, riduzione delle abilità di ragionamento e attenzione, linguaggio) e neurologiche (es. difficoltà motorie e sensoriali). Spesso si osserva una combinazione tra malattia cerebrovascolare e neurodegenerativa (come Alzheimer o corpi di Lewy).

Degenerazione lobare frontotemporale

Le demenze frontotemporali (FTD) comprendono diverse forme non dovute alla malattia di Alzheimer. Sono caratterizzate da cambiamenti precoci nel comportamento, nelle emozioni o nel linguaggio, e talvolta da disturbi motori. La demenza frontotemporale variante comportamentale è caratterizzata da alterazioni marcate della personalità e del comportamento (apatia, impulsività, scarsa empatia, comportamenti socialmente inappropriati). La demenza frontotemporale include anche due tipologie di afasia primaria progressiva: la variante non-fluente causa un linguaggio lento, faticoso e telegrafico, con difficoltà articolatorie, mentre la variante semantica è caratterizzata da linguaggio fluente ma povero di contenuto, con uso di parole generiche (es. “cosa” invece di “forchetta”), in alcuni casi si presentano difficoltà nel riconoscere oggetti e persone familiari. Negli ultimi anni le ricerche hanno scoperto che all’interno dello spettro della degenerazione lobare frontotemporale si collocano la sindrome corticobasale e la paralisi progressiva sopranucleare caratterizzate da alterazioni cognitive e comportamentali e sintomi del movimento non volontario (es. tremore, rigidità) e la sclerosi laterale amiotrofica che si manifesta con alterazioni cognitive e comportamentali e disturbi del movimento volontario.

La malattia a corpi di Lewy

Questa patologia causa due demenze (Walker et al. 2015). La demenza con corpi di Lewy è caratterizzata inizialmente da allucinazioni e deliri (es. convinzione che il partner sia stato sostituito da un sosia), difficoltà nelle capacità visuospaziali, fluttuazioni dell’attenzione e disturbi del sonno, a cui seguono nell’arco di un anno circa sintomi motori (es. rigidità, lentezza). La demenza da malattia di Parkinson si sviluppa in persone già affette da malattia di Parkinson. Si manifesta con problemi di memoria, ragionamento e capacità visuospaziali, spesso simili a quelli della demenza con corpi di Lewy.

Nell’età senile (65 anni o più) la demenza di Alzheimer amnestica, la demenza vascolare e la demenza con i corpi di Lewy sono le più frequenti. Diversamente, nell’età presenile quelle più frequenti sono le demenze frontotemporali e le varianti meno comuni della malattia di Alzheimer assieme alle demenze vascolari. La valutazione neuropsicologica diventa essenziale nelle prime fasi per identificare la presenza o meno di un deterioramento cognitivo e se richiesto dal medico specialista di porre una diagnosi differenziale tra le varie demenze (es. demenza di Alzheimer amnestica vs. demenza con corpi di Lewy). La diagnosi neuropsicologica concorre quindi a impostare la terapia farmacologica e non farmacologica (es. logopedia, training cognitivo) più adatta.

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Jellinger K. A. (2007). The enigma of vascular cognitive disorder and vascular dementia. Acta neuropathologica113(4), 349–388. https://doi.org/10.1007/s00401-006-0185-2; McKhann, G. M., Knopman, D. S., Chertkow, H., Hyman, B. T., Jack, C. R., Jr, Kawas, C. H., Klunk, W. E., Koroshetz, W. J., Manly, J. J., Mayeux, R., Mohs, R. C., Morris, J. C., Rossor, M. N., Scheltens, P., Carrillo, M. C., Thies, B., Weintraub, S., & Phelps, C. H. (2011). The diagnosis of dementia due to Alzheimer’s disease: recommendations from the National Institute on Aging-Alzheimer’s Association workgroups on diagnostic guidelines for Alzheimer’s disease. Alzheimer’s & dementia : the journal of the Alzheimer’s Association7(3), 263–269. https://doi.org/10.1016/j.jalz.2011.03.005; Grossman, M., Seeley, W. W., Boxer, A. L., Hillis, A. E., Knopman, D. S., Ljubenov, P. A., Miller, B., Piguet, O., Rademakers, R., Whitwell, J. L., Zetterberg, H., & van Swieten, J. C. (2023). Frontotemporal lobar degeneration. Nature reviews. Disease primers9(1), 40. https://doi.org/10.1038/s41572-023-00447-0; Walker, Z., Possin, K. L., Boeve, B. F., & Aarsland, D. (2015). Lewy body dementias. Lancet (London, England)386(10004), 1683–1697. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(15)00462-6

Cos’è la Demenza?

Una breve guida

La demenza, o deterioramento cognitivo, è una sindrome acquisita che comporta un progressivo declino delle funzioni cognitive e del comportamento, interferendo in modo significativo con la vita quotidiana (Vallar & Papagno, 2007). Le funzioni cognitive maggiormente compromesse includono memoria, linguaggio, attenzione, ragionamento e capacità visuospaziali. Per maggiori dettagli, puoi consultare questo articolo sui campanelli d’allarme della demenza. Il grado di autonomia della persona è strettamente correlato alla severità del deterioramento cognitivo, che può essere classificato come lieve, moderato o severo. La valutazione neuropsicologica gioca un ruolo cruciale nel percorso diagnostico della demenza, permettendo di comprendere la gravità del deterioramento cognitivo (identificando le funzioni cerebrali che sono state compromesse e quelle che invece sono rimaste intatte) e il suo impatto sull’autonomia nelle attività quotidiane. Inoltre, quando necessario, questa valutazione può aiutare a realizzare una diagnosi differenziale tra le diverse forme di demenza, offrendo così un supporto più adeguato e informato.

Le demenze possono essere distinte in base:

  • all’età d’esordio: demenza presenile (o giovanile) o senile;
  • alla causa: primaria (neurodegenerazione del tessuto cerebrale) e secondaria causata da altre condizioni mediche (es., HIV, trauma cranico, infezioni, malattie autoimmuni, etc);
  • alla prognosi: si può distinguere tra demenza irreversibile e potenzialmente reversibile.

In Italia si stimano circa 1,15 milioni di persone affette da una forma di demenza degenerativa senile e circa 24.000 da forme degenerative giovanili (Fabrizi et al., 2024). Le principali cause delle demenze non reversibili, sia in età anziana che giovanile, includono la malattia di Alzheimer, la malattia cerebrovascolare, la degenerazione lobare frontotemporale e la malattia a corpi di Lewy (Rossor et al., 2010). Spesso capita che sia una combinazione di queste cause a determinare il deterioramento cognitivo e non una sola in modo univoco.

A seconda della causa sottostante si possono avere diverse tipologie di demenza. Nelle fasi iniziali, l’analisi delle manifestazioni cliniche può offrire indicazioni utili per distinguere tra i diversi tipi di demenza neurodegenerativa. Diversamente, con il progredire del deterioramento cognitivo le demenze diventano difficilmente distinguibili. Difatti, sebbene una diagnosi definitiva della causa del deterioramento neurodegenerativo sia possibile solo con l’esame post-mortem del cervello, una diagnosi precoce e accurata nelle fasi iniziali è essenziale per impostare interventi farmacologici e non farmacologici adeguati.

Le cause di demenza potenzialmente reversibile comprendono l’idrocefalo normoteso, le alterazioni endocrino-metaboliche (es. l’ipotiroidismo), alcune patologie psichiatriche dell’età avanzata (es. la depressione), le neoplasie cerebrali e l’assunzione di farmaci o sostanze tossiche (es. l’alcol). Sebbene rare, queste forme, se riconosciute e trattate tempestivamente, possono consentire un arresto del declino cognitivo o, in alcuni casi, un miglioramento delle funzioni compromesse.

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Rossor, M. N., Fox, N. C., Mummery, C. J., Schott, J. M., & Warren, J. D. (2010). The diagnosis of young-onset dementia. The Lancet. Neurology9(8), 793–806. https://doi.org/10.1016/S1474-4422(10)70159-9; Fabrizi, E., Ancidoni, A., Locuratolo, N., Piscopo, P., Della Gatta, F., Salemme, S., Pani, S. M., Marconi, D., Vignatelli, L., Sagliocca, L., Caffarra, P., Secreto, P., Guaita, A., Stracciari, A., Vanacore, N., Lacorte, E., & Guideline Working Group (2024). The Italian guideline on diagnosis and treatment of dementia and mild cognitive impairment. Age and ageing53(11), afae250. https://doi.org/10.1093/ageing/afae250; Vallar, G., & Papagno, C. (2007). Manuale di neuropsicologia. Bologna: Il Mulino.

I Campanelli d’Allarme di un Disturbo Cognitivo

Quando fare una visita neuropsicologica

Può capitare a chiunque di avere momenti di distrazione o piccole dimenticanze: non ricordare un dettaglio recente, faticare a trovare una parola o perdere un po’ di concentrazione dopo una giornata intensa sono esperienze comuni e del tutto normali. Ma quindi, quando è il caso di preoccuparsi e capire se è opportuno prenotare una visita neuropsicologica?

Come spiegavo nel precedente articolo, il primo passo è identificare un cambiamento significativo nel funzionamento mentale percepito dal paziente o notato dai familiari. Il secondo passo è osservare se nel tempo (es. 12 mesi) questi sintomi aumentano in gravità e frequenza o se hanno un andamento fluttuante. Tuttavia, questi aspetti sono necessari ma non sufficienti per capire se siamo di fronte a una condizione meritevole di approfondimenti. La visita neuropsicologica grazie ai test neuropsicologici e all’esperienza clinica del professionista è in grado di: 1) stimare se c’è una alterazione che non è attesa per l’età, il livello di educazione e genere del paziente; 2) stimare l’impatto di queste difficoltà sull’autonomia dell’individuo e benessere quotidiano; 3) stimare se nel tempo c’è un declino significativo e oggettivo nelle prestazioni ai test.

Ci sono tuttavia dei campanelli d’allarme che devono destare la nostra attenzione e orientarci verso approfondimenti:

  • cambiamenti nella memoria: si possono osservare difficoltà sempre più frequenti nel ricordare eventi o conversazioni recenti, nel ritrovare oggetti in casa o nel ricordare appuntamenti e impegni importanti (come l’assunzione dei farmaci). Talvolta la persona può smarrirsi in luoghi poco familiari o in zone conosciute della propria città, non riconoscere volti noti o mostrare veri e propri “vuoti di memoria”;
  • cambiamenti nell’attenzione: la persona tende a distrarsi facilmente durante conversazioni, film o attività quotidiane, e può apparire confusa in ambienti complessi o rumorosi. In alcuni casi si osservano disorientamento temporale (non ricordare il mese o l’anno corrente) e alternanza tra momenti di buona lucidità e momenti di apparente “assenza”.
  • cambiamenti nelle capacità visuospaziali: possono emergere difficoltà nel disegnare o copiare figure semplici, orientarsi in ambienti nuovi o familiari, comprendere le indicazioni stradali o usare mappe. Talvolta si notano difficoltà nel percepire correttamente l’ambiente circostante, con urti frequenti contro oggetti, problemi di riconoscimento visivo o difficoltà nella guida;
  • cambiamenti nel linguaggio: diventa più difficile trovare parole di uso comune, comprendere frasi lunghe o complesse, o articolare chiaramente il linguaggio. In alcuni casi può emergere una perdita del significato di termini familiari;
  • cambiamenti nelle attività complesse: si possono riscontrare difficoltà nella gestione delle attività quotidiane (come la spesa, la casa o le finanze) e modificazioni nel modo di pensare, con maggiore rigidità e scarso giudizio in situazioni che richiedono prudenza;
  • cambiamenti nel comportamento e funzionamento emotivo: possono manifestarsi alterazioni della personalità, con il commento frequente che “non è più la stessa persona di prima”. Si osservano talvolta irritabilità, impulsività, riduzione dell’empatia, perdita di interesse per attività un tempo piacevoli e tendenza all’isolamento sociale. L’umore può diventare depresso, con ansia, agitazione o preoccupazioni eccessive, spesso senza una causa apparente;
  • episodi psicotici: in alcuni casi possono comparire convinzioni deliranti (ad esempio credere che il partner o un familiare sia stato sostituito da un impostore identico) o allucinazioni uditive e visive ricorrenti.

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La Valutazione Neuropsicologica

Cosa è e quando rivolgersi a uno specialista

Ci sono momenti in cui ci si trova di fronte alla necessità di capire se il nostro funzionamento cognitivo è cambiato. Questo può accadere perché si è notato un cambiamento con il passare degli anni oppure a seguito di eventi specifici (es. un incidente) che hanno fatto emergere una differenza nelle proprie capacità mentali.

La visita neuropsicologica ha proprio l’obiettivo di verificare se il funzionamento mentale dell’individuo rientra nella norma o presenta segnali di alterazioni, più o meno gravi, e se queste alterazioni hanno un impatto sull’autonomia quotidiana e sul benessere del paziente e dei familiari.

Cosa è? La valutazione neuropsicologica è un esame approfondito che analizza il funzionamento del cervello attraverso test psicologici specifici. Non si tratta solo di testare la memoria, come molti credono, ma di valutare diverse funzioni cognitive: attenzione, linguaggio, capacità di ragionamento, orientamento spaziale, abilità motorie e aspetti emotivi e comportamentali.

Quando farla? Spesso la valutazione viene richiesta dal medico curante o dallo specialista, ma in molti casi è il paziente stesso o i familiari a richiederla, quando notano un cambiamento. In poche parole, la valutazione neuropsicologica è indicata ogni volta che si osserva un cambiamento significativo nel funzionamento mentale o nel comportamento del paziente. Per “significativo” si intende un cambiamento nel funzionamento percepito come molto diverso rispetto a un precedente livello e che abbia un impatto sulla vita quotidiana.

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