Capire il disturbo cognitivo funzionale
Ti è mai capitato di dimenticare un nome di un collega, una parola o perché sei entrato in una stanza e subito pensare: “E se fosse Alzheimer?”
Molte persone, spesso sotto i 65 anni, sperimentano difficoltà di memoria che possono preoccupare, ma che molte volte non hanno nulla a che vedere con una malattia neurodegenerativa. Esiste infatti una condizione, il disturbo cognitivo funzionale, che può sembrare l’inizio di una demenza, ma non lo è.
Circa il 20% dei pazienti che si rivolgono a centri specialistici hanno questa forma di disturbo (McWhirter et al. 2020). La prognosi è benigna anche se una piccola porzione di pazienti potrebbe avere una sottostante comorbidità con una malattia neurodegenerativa che causa demenza e quindi è opportuno monitorare l’andamento nel tempo (Cabreira et al., 2023).
I sintomi (McWhirter et al. 2020) cognitivi dei pazienti con disturbo cognitivo funzionale sono reali, fonte di preoccupazione e spesso invalidanti, ma si manifestano in modo incoerente nel tempo e rispetto al funzionamento del paziente (es. il paziente mantiene un’efficienza adeguata sul posto di lavoro, cosa che non sarebbe possibile con una demenza). Questi sintomi, inoltre, non sono meglio spiegati da malattie sistemiche (es., ipotiroidismo), da disturbi psichiatrici (es., disturbo depressivo maggiore), o da un danno strutturale al cervello (es., malattie neurodegenerative, ictus, tumori). La sintomatologia riferita riguarda difficoltà di attenzione e concentrazione, blocchi mnesici per informazioni ben consolidate (es., non ricordarsi un PIN) che poi tendono a venire alla mente in un secondo momento, difficoltà a trovare le parole pur sapendo cosa si vuole dire, perdere il filo del discorso o non ricordare il perchè si stava svolgendo una certa attività. Tuttavia, l’aspetto fondamentale evidenziato dalla valutazione neuropsicologica è che, sebbene i sintomi riferiti siano reali e fonte di preoccupazione, i test cognitivi somministrati sono ampiamente nella norma ed eventuali alterazioni osservate non risultano compatibili con una fase iniziale di demenza.
La metafora più calzante è quella del computer: il problema non riguarda l’hardware (il cervello) ma il software. Le strutture cerebrali sono integre; a causare questi sintomi è il modo in cui il nostro cervello funziona. Ma quindi qual è la causa?
Spesso è legato a fattori psicologici (Cabreira et al., 2023): preoccuparsi troppo delle proprie capacità, rimuginare su errori cognitivi passati, evitare situazioni per paura di sbagliare e avere ansia per la propria memoria (es., sviluppare la malattia di Alzheimer). Altri fattori importanti sono il perfezionismo mnemonico (intolleranza ai normali vuoti di memoria) ed errori metacognitivi, cioè valutazioni errate di quanto effettivamente ricordiamo. Ad esempio, dimenticare dove si è messo il telefono può sembrare un “disastro mentale”, anche se in realtà capita a tutti. Il punto chiave è che la memoria “fa errori” soprattutto quando ci concentriamo troppo su di essa o ci giudichiamo duramente.
Spesso il disturbo cognitivo funzionale si associa ad ansia e depressione e può comparire insieme ad altre condizioni come fibromialgia, stanchezza cronica, o long-COVID, suggerendo meccanismi condivisi.
La diagnosi neuropsicologica, insieme ad altri accertamenti prescritti dal medico specialista, contribuisce a identificare profili cognitivi compatibili con il disturbo cognitivo funzionale o con altre forme di compromissione cognitiva, come il disturbo cognitivo lieve o le fasi iniziali di una demenza.
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Cabreira, V., McWhirter, L., & Carson, A. (2023). Functional Cognitive Disorder: Diagnosis, Treatment, and Differentiation from Secondary Causes of Cognitive Difficulties. Neurologic clinics, 41(4), 619–633; McWhirter, L., Ritchie, C., Stone, J., & Carson, A. (2020). Functional cognitive disorders: a systematic review. The lancet. Psychiatry, 7(2), 191–207. https://doi.org/10.1016/S2215-0366(19)30405-5